Ciao nonna Rosa. Si è spenta a 104 anni un pezzo di memoria storica di Ceccano.

Si è spenta questa mattina all’età di 104 anni la signora Rosa Silvestri, la donna più anziana di Ceccano e probabilmente dell’intera provincia di Frosinone.
Era nata ad Arnara il 23 Giugno 1914, anno dello scoppio della prima guerra mondiale, cui l’Italia prese parte nel 1915. Poi si era trasferita e sposata a Ceccano.
Con Rosa, purtroppo, si spegne un pezzo di memoria storica della città, che le amministrazioni locali fino ad ora susseguitesi non hanno mai saputo prendere in considerazione e valorizzare, con progetti adeguati attraverso i quali coinvolgere scuole e giovani, in un cammino culturale teso alla scoperta delle proprie radici, per non dimenticare gli orrori della guerra, ed a contrastare, nello stesso tempo, quei fenomeni di estremismo politico che con troppa facilità oggi stanno sempre più riprendendo piede tra i giovani.
La signora Rosa fino a poche settimane fa, infatti, ricordava lucidamente i maggiori eventi che avevano lasciato un segno indelebile, soprattutto durante il secondo conflitto mondiale, nella comunità locale.
Dai giorni dell’occupazione tedesca, al passaggio delle truppe marocchine, i bombardamenti dell’esercito anglo-americano per lo sfondamento della cosiddetta linea “Gustav” e su tutti il bombardamento della Chiesa di Santa Maria del Fiume, di cui fu testimone diretta, e che portò alla completa distruzione del santuario ed al grido del miracolo da parte della popolazione ceccanese, per la statua della Vergine rimasta illesa tra le macerie.
Proprio presso la Chiesa di Santa Maria a fiume si svolgeranno le esequie nella giornata di domani, martedì 15 gennaio, alle ore 15.
All’intera famiglia le più sentite condoglianze.

La storia di Claudio Di Felice, un uomo innamorato

In questo articolo, Marco Giacosa, ci racconta la storia del signor Claudio Di Felice, un uomo che per 10 anni, dalla scomparsa di sua moglie, almeno due volte l’anno, in occasione del Natale e dell’anniversario della morte, le scriveva lettere d’amore negli annunci funebri a pagamento del quotidiano La Stampa.
Fino al Natale del 2007, quando nella sua ultima lettera, annunciava di aver finito tutti i risparmi e di dover per questo dirle addio.
È una storia commovente, nella quale mi sono imbattuto per caso e che ho pensato di condividere sulle pagine di questo blog, per cominciare a dare una nuova vita allo stesso.
Una storia che conferma un mio pensiero personale sul rapporto uomo, donna, amore e di cui scrissi tempo fa, dopo essermi imbattuto in un’altra storia, del tutto analoga, di un altro uomo che incontravo sempre ogni volta che mi recavo nel cimitero di Ceccano.
Per un uomo, infatti, è più difficile vivere senza avere più accanto la persona amata e con cui si è condiviso una vita intera.

Personalmente, vorrei morire per primo.

Una notte del dicembre del 2007, rileggendo quotidiani arretrati, m’imbattei nella necrologia che il signor Claudio Di Felice aveva pubblicato sulla Stampa, in cui diceva che quella sarebbe stata l’ultima perché aveva finito i soldi. Salutava il suo amore con una dolcezza che mi commosse.
All’epoca non scrivevo da nessuna parte: avevo qualche amico giornalista, segnalai la notizia, alla Stampa sembrò dovessero occuparsene in cronaca, alla fine se non ricordo male Massimo Gramellini scrisse qualche riga sul Buongiorno.
Perché era una notizia? Perché due volte l’anno, da una decina di anni, i lettori abituali avevano modo di leggere, negli annunci funebri a pagamento, le struggenti lettere d’amore che il signor Claudio Di Felice dedicava alla sua Cristina – e adesso non ci sarebbero più state; insomma, valeva sì la pena di sentirlo.

Andai a trovarlo, per mio conto. Trovai un uomo immerso in migliaia di oggetti, al buio, in una casa ferma al giorno in cui è rimasto solo.
Ne scrissi soltanto su un blog, per quanto ero capace. Volle il mio indirizzo, per qualche anno mi mandò gli auguri alle feste comandate, poi i biglietti cessarono. Mi diede le sue lettere inedite, che ne facessi cosa volevo, o potevo, in riferimento a una eventuale pubblicazione. Non ho mai potuto fare più che trascriverle su un blog. Ecco la sua storia.

“Per noi non è mai stato vero che tutto passa, l’Amore quando c’è resta per sempre”
(Claudio Di Felice, dalla lettera del 6 marzo 2002, all’alba del 1826° giorno)
Questo è un tempio consacrato all’amore per una donna che non c’è più. Prima del 6 marzo 1997 era un alloggio al quarto piano di un dignitoso palazzo del quartiere Lingotto di Torino. Quel giorno il signor Claudio Di Felice perse la sua ragion di vita e trovò la sua ragion di sopravvivenza: il ricordo della moglie Cristina. «Mai assenza fu più presenza», sta scritto con il rossetto sul grosso specchio all’ingresso. Accanto, sopra e sotto a fotografie dell’amor perduto.
E a parole, frasi, lettere. «Ventidue lettere le ho pubblicate, altre tredici le ho scritte e appese alle pareti». Ventidue lunghe lettere d’amore pubblicate in dieci anni nello spazio dei necrologi a pagamento del quotidiano La Stampa, dalle cui colonne lo scorso 23 dicembre, all’alba del 3944° giorno, ha detto: «Addio».
Parole, frasi, lettere, fotografie.
Claudio e Cristina si conobbero nel 1956, «il 13 aprile». Lei stava davanti a una bancarella del balon, il mercato dei rigattieri di Torino, e maneggiava una foto che lo incuriosì. Lui si avvicinò, le parlò, discussero di libri e di letture. Dopo qualche mese andarono a vivere assieme. Lui era un ufficiale di fanteria che aveva abbandonato la carriera militare (anche) per colpa di Pitagora («Cosa c’entrano i quadrati costruiti sui cateti con la strategia bellica?»), lei era una donna bellissima che faceva la sarta («Me la invidiavano tutti»). Lui intraprese di lì a poco la vita lavorativa in un’impresa attiva nel campo della sicurezza («Ufficio paghe e contributi, all’inizio. Mi ci vede, per come sono fatto, all’ufficio paghe e contributi? Più tardi, per fortuna, passai a occuparmi di questioni più serie, questioni di informazioni»), lei smise il taglio e cucito e si dedicò alla cura della casa. Si sposarono soltanto nel 1980. «Volevo che mia moglie potesse avere un giorno la reversibilità. All’inizio le nostre famiglie non accolsero con favore la convivenza, ma noi siamo stati bravi a ritagliarci i nostri spazi indipendenti». Si sposarono soltanto civilmente. «Avevamo tre tabernacoli. Usavamo proprio questa parola. Uno era il suo, che riempiva della sua fede. Uno era il mio, che riempivo della mia non-fede. Il terzo era il nostro, in comune, in cui tenevamo le nostre memorie. Eravamo custodi di memorie. Memorie di persone che conoscevamo, o con cui venivamo in contatto, memorie come quella ad esempio di Mario Grossi, che è un poeta parmense troppo poco noto. E dimenticato. Capisce? Dimenticato: per questo è qui da noi». E mostra un ritaglio di giornale, la Gazzetta di Parma, datato 5 giugno 1950, in cui si parla della morte di questo poeta sconosciuto.
Parole, frasi, lettere.
«Divoravamo libri. Che sono sempre stati la nostra grande passione comune. Come gli animali. Abbiamo sempre avuto tanto rispetto per le persone e per gli animali. Cristina una volta raccolse un passero ferito, lo curò a lungo nella nostra cucina, poi lo liberò» Animali come Totò, il pesce rosso che visse tredici anni sul tavolo del loro tinello dove oggi c’è un lume a olio, acceso. O come i gatti che hanno accompagnato la loro esistenza («Non dovrei dirlo, che ho fatto una cosa in barba ai regolamenti, che ho seppellito un nostro gatto in riva al Po, nella zona di Italia ‘61, e ogni tanto vado a trovarlo, vado a vedere dove è sepolto») e oggi portano i nomi di Gigia e Mimì, che ronfano beate sul divano e sulla poltrona.
«Avevamo una vita felice, aiutavamo le persone in difficoltà, io avevo la fortuna di poter procurare farmaci a chi non se li poteva permettere. Conducevamo una vita riservata, qualche amico e tanti conoscenti. Io avevo lei, lei aveva me, io vedevo lei, lei vedeva me, io ascoltavo lei, lei ascoltava me, e ci bastava».
Parole, frasi, lettere, fotografie. Lui va in pensione, lei si ammala. «Nel febbraio del 1993 Cristina iniziò a dimagrire. E sì che aveva il diabete, e qualche problema al cuore. Non ci pensammo, subito. E invece era cancro. Ho voluto appendere le foto di lei malata, vede?, in questa foto è divorata dalla malattia, ma l’ho messa apposta, per dire che per me era uguale, sana o malata, era sempre la mia Cristina». Della sofferenza fisica non parla, delle cure, degli interventi non fa parola. Il rimpianto è l’ultimo saluto. «Quel giorno alle Molinette i medici mi dissero di correre a casa perché la sua ora era vicina e le occorrevano i vestiti. Io mi affrettai, corsi più che potevo, ma quando rientrai in ospedale Cristina aveva già perso conoscenza e dopo un’ora morì».
Il giorno della morte di Cristina il passero andò a cantare sulla ringhiera del loro balcone. Totò girò sul rotondo, nella sua vaschetta, per otto ore di fila. Mimì e Gigia elusero la sorveglianza e furono sorpresi sul letto matrimoniale. Che oggi è intonso, sepolto da fiori, lettere e ritagli di giornale. Uno, visibile a distanza, parla della cura Di Bella e delle speranze che quell’anno aveva acceso nei cuori degli italiani. Fa il paio con una preghiera appesa a un’anta della cucina. E’ la fotocopia di un’invocazione a San Giovanni Bosco, in versi. Negli spazi bianchi tra le strofe, a biro rossa, sta scritto: «Il cancro, delle preghiere, se ne è fottuto».
«A Natale di quell’anno le scrissi la prima lettera sul quotidiano La Stampa. Investivo i miei risparmi, i soldi della mia pensione, ma volevo rendere omaggio al mio amore pubblicamente. Era come le scrivessi ogni volta una lapide. Abbiamo sempre letto assieme i necrologi, provavamo compassione per le persone che venivano a mancare, pensavamo alla loro vita, alle loro storie. Eravamo custodi dei ricordi di quelli che conoscevamo e anche di quelli che non conoscevamo, ritenevamo i cimiteri densi di vita perché trasudano rimpianti, vivono delle parole che il mondo dei vivi esprime per i defunti». Una lettera per il Natale del 1997, poi tre nel 1998, e poi due per anno, una all’anniversario e una a Natale.
«Scrivo a Cristina, mi rivolgo a lei, e siccome ho sempre avuto il massimo rispetto per lei e per la sua fede, mi rivolgo a lei pensandola in cielo, come avrebbe voluto. Ma lascio sempre trasparire la mia non-fede, e lascio aperta una porta alla speranza, come a dire: se è come dici tu, amore mio, un giorno ci rivedremo».
Parole, frasi, lettere, fotografie.
«In questi anni ho avuto più di ottocento contatti, tantissime persone mi hanno scritto, tanti hanno visto il mio numero sull’elenco e mi hanno telefonato». Come una signora di Nichelino, che gli scriveva di suo marito defunto e alla quale scriveva della sua dea cui questo tempio è consacrato. Divennero amici di penna, unirono i loro ricordi e li alimentarono, e ne vissero fino a quando, anche lei, se ne andò. Su un mobile accanto al tavolo c’è una busta su cui, a biro rossa, c’è scritto: «5 ottobre 2001, ultima lettera». Dentro, una foto. Oggi Claudio prende l’autobus due volte al mese e va a farle visita, al cimitero alle porte della città.
«Le ho detto addio, nell’ultima lettera. Ho detto addio alla mia Cristina perché ho finito i soldi. Per rispetto a lei non ho mai nemmeno fatto il conto di quanto ho speso in questi anni. Vivo della mia pensione, pranzo e ceno in un bar che mi ha fatto un buon prezzo per un primo e un secondo, perché ho settantacinque anni e problemi di salute per cui non posso mangiare molto. Ma anche risparmiando non potrò più permettermi le lettere al mio amore».
Gli scende una lacrima. E, quasi senza accorgersene, si volta verso il centro del tavolo. «Quando non ci sarò più, fai attenzione al lume, io ti parlerò attraverso la sua luce», gli aveva detto Cristina negli ultimi mesi. «Era brava a ricamare, sa? Vuole vedere?» dice quasi a scacciare i silenzi, mentre estrae dal taschino della camicia, sotto il maglione, un plico di documenti (parole, frasi, lettere, fotografie) tra i quali un centrino dolcemente rifinito. «Ne faceva lunghi come questo tavolo, sa?». Osserva il tavolo, Mimì miagola, o forse è Gigia. Una si è nascosta dietro a quel divano che da dieci anni e oltre, da più di 3944 giorni è diventato il suo letto. «Non dormo che venti minuti per volta, non riesco a dormire di più senza svegliarmi».
Accompagnando all’uscita dal tempio Claudio pesca a caso un biglietto dallo specchio, appeso a un gancio tra le scritte «6-3-97» e «ti amo». È vergato con grafia semplice, raccolto dalla tomba di Cristina, lasciato da mano anonima. C’è scritto: «Solo i tesori cominciano a vivere dopo la morte, perché una volta persi li portiamo con noi per sempre fino alla fine». Sono parole, che spiegano perché Claudio ha finito i soldi ma non perderà il suo tesoro.
(Torino, gennaio 2008)

[Nelle foto, le necrologie pubblicate sulla Stampa il 6 marzo 2001 e il 6 marzo 2002]

Ceccano: Luigi Compagnoni ha denunciato il sindaco Caligiore?

Aveva abbandonato l’aula del consiglio comunale urlando contro il sindaco Caligiore ed annunciando pubblicamente di denunciarlo, dopo che lo stesso sindaco, nel corso di un suo intervento, si era permesso di fare pesanti allusioni su una società e presunti collegamenti con il consigliere di minoranza.

Trascorsi alcuni mesi dall’accaduto, il consigliere comunale ed ex candidato Sindaco Luigi Compagnoni, oltre a non aver avviato alcuna iniziativa legale nei confronti dell’attuale Sindaco, sembra essere anche meno interessato ai dibattiti dell’aula consiliare.

Un’assenza che pesa, quella in aula di Luigi Compagnoni, soprattutto in un periodo come questo di seria difficoltà per la “maggioranza” priva ormai di numeri.

Un’assenza che, qualora dovrebbe protrarsi in maniera ingiustificata, porterebbe solo vantaggi per il sindaco Caligiore.

Non vorrà il consigliere comunale approdare su un’altra sponda politica?

Stando ad alcune voci di corridoio, fino ad ora, però, prive di conferma e riscontri ufficiali, attesterebbero addirittura l’esistenza di incontri con rappresentanti di spicco del partito Forza Italia.

Atreju: Ruspandini “bullizzato” da membri del suo partito. Nessun hacker sarebbe penetrato sulla pagina social!

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Non è stato un hacker!

Il tentativo del senatore Ruspandini e dei suoi fedelissimi, di ridimensionare quanto di grave accaduto nel corso della manifestazione Atreju, conclusasi nella serata di ieri, viene smentito dagli stessi tesserati di FdI.

Nel tardo pomeriggio di ieri, domenica 23 settembre, dopo che si era diffusa la notizia di un atto di oscuramento compiuto ai danni del senatore ceccanese, lo stesso aveva prontamente inoltrato ai suoi fedelissimi un breve messaggio da far incanalare per mezzo della rete.

Il senatore avrebbe giustificato l’accaduto parlando di un hacker capace di infilarsi, grazie alla conoscenza della password, nella pagina ufficiale di Fratelli d’Italia, e sostituire la foto con quella divenuta famosa per la X sul suo volto.

Il senatore avrebbe aggiunto perfino i nomi degli hacker sospetti capaci di fare una cosa del genere contro la sua persona. Tutte personalità ceccanesi, città nota ed annoverata per le abilità informatiche dei suoi abitanti, al limite dell’inverosimile.

E mentre il sindaco Caligiore tentava invano di avvicinarsi a Cristiano Ronaldo per un saluto, facendo leva sul suo ruolo istituzionale, contemporaneamente il senatore mirava ad altri obiettivi: spostare il dibattito della sua foto oscurata su un altro livello. Non più un atto politico da contestualizzare per il suo ruolo parlamentare in Senato, ma un dispetto da ridimensionare alla città di Ceccano.

In pochi, però, hanno creduto alla versione dei fatti.

Quella X, infatti, non era un appiccico frutto di un montaggio con photoshop e dell’intrufolamento di un hacker, bensì due fogli di carta strappati a mano e materialmente sovrapposti, a forma di X, per oscurare il suo volto, fatto da altri militanti di FdI, presenti alla manifestazione romana, che ancora ora se la staranno ridendo alle sue spalle!

“In tanti avevamo notato la foto postata sulla pagina e visto quella croce dal vivo sulla gigantografia – mormora qualche studente tesserato in FdI – ma era imbarazzante domandare. Alla fine abbiamo pensato che fosse meglio farci i fatti nostri”.

Dunque l’immagine è stata vista dai militanti perfino dal vivo, non solo sulla rete.

Ma la bufala dell’hacker non avrebbe retto comunque, poiché non è stata sporta alcuna denuncia e segnalazione alle Autorità competenti, in primis DIGOS e Polizia Postale.

In questo caso, infatti, se l’hacker si rivelasse realmente un’invenzione, la presentazione di una denuncia innescherebbe la simulazione di un reato, fatto penalmente perseguibile!

L’esperienza ad Atreju 2018, dunque, lascerà strascichi per molti anni alla giovane delegazione ceccanese ed in generale tra i sostenitori del senatore Massimo Ruspandini, già assessore e vice sindaco di Ceccano.

Del resto, il manifesto con il suo volto oscurato ha fatto il giro del web. E se in un primo momento si è cercato di minimizzare l’accaduto, quanto emerso successivamente, a partire dalla tarda serata di ieri, porterebbe a galla un clima non del tutto sereno in FdI, con diversi suoi esponenti pronti a passare tra le fila del carroccio di Salvini, dopo un corteggiamento affatto riservato.

Una serie di antipatie e rivalità della corrente romana e pontina, che, stando alle indiscrezioni trapelate, lo stesso Ruspandini avrebbe attirato su di se con alcuni insoliti comportamenti, come partecipazioni a riunioni di altri gruppi parlamentari e soprattutto dichiarazioni poco gratificanti rese note nei confronti di colleghi.

Su tutti è saltato fuori il nome di Nicola Procaccini. Un nome che all’assessore e senatore ceccanese non sarebbe particolarmente gradito e che non avrebbe mai nascosto ai suoi più stretti e non. Un nome che però ha il suo peso all’interno del partito, sia per la fiducia che lo stesso Procaccini gode ai massimi livelli, in primis da parte di Giorgia Meloni, sia perché a differenza del Ruspandini, parlerebbe meno a vanvera!

Atreju: La Meloni e FdI oscurano il senatore Ruspandini. Silenzio dei militanti ceccanesi e ciociari

Oscurato volutamente il volto del Senatore Ruspandini dalle foto ufficiali di Fratelli d’Italia, scattate in occasione del raduno giovanile denominato “Atreju”.

Sulla pagina social ufficiale del partito di Giorgia Meloni, nella foto del gruppi dei Senatori, il volto dell’esponente ceccanese è stato, infatti, volutamente coperto con due cerotti bianchi a forma di x.

Le foto successivamente diffuse pubblicamente, dal giorno 21 settembre, non hanno riportato alcun commento e dissenso dei militanti ceccanesi e ciociari.

Ruspandini, che secondo i suoi sostenitori avrebbe dovuto risollevare le sorti di questo territorio con il suo impegno politico, dimostra con questo fatto di essere un personaggio debole politicamente e sicuramente poco gradito nel partito.

Il silenzio dei suoi sostenitori la dice lunga su quello che realmente sta combinado il senatore nelle sue funzioni parlamentari.

In tanti si chiedono cos’altro avrà mai combinato il senatore ceccanese per meritarsi un “trattamento” del genere

Certo l’imbarazzo deve essere notevole. Quelle foto dimostrano come l’alternativa Ruspandini non sia più credibile, ridicolizzando, oltre che il senatore stesso, l’intera Ceccano e la provincia di Frosinone che lo ha eletto.

E si ripercuoterà anche sulle vicende amministrative locali, dove l’amministrazione guidata da Caligiore non gode più di una maggioranza stabile e potrebbe non concludere il suo mandato quinquennale.

Vedremo se tra le sue giovani leve qualcuno sarà in grado di far valere la propria voce alla Meloni, che nel frattempo, da oltre 24 ore, non ha fatto rimuovere la foto dalla pagina social ufficiale.

Ceccano: una determina attesterebbe l’apertura del Comune sabato 18 agosto. Possibile?

Gli uffici comunali di Ceccano sono chiusi il sabato ormai da anni, svolgendo servizi pomeridiani nei giorni di martedì e giovedì.

Ma una determina, precisamente la numero 1028, attesterebbe l’apertura dell’Ente in data 18 agosto 2018.

Possibile?

Qualcosa sembra non tornare…

Resta inoltre interessante l’argomento trattato dalla determinazione, sul quale, da parte dell’Ente, ci si aspetterebbe una maggiore trasparenza. Al contrario, silenzio tombale, anche nel giorno del consiglio comunale aperto sul tema dell’inquinamento.

Così il Comune di Ceccano spenderà circa 8500 euro per un’indagine ambientale. Ma la stessa avrà reale valore scientifico e probatorio, visto che a condurla non sarà un organo riconosciuto come l’ARPA?

Ceccano: la grande farsa della task force ambientale

È stata annunciata nella giornata di ieri, per mezzo di una “conferenza stampa” (c’era un solo giornale invitato, ovvero l’organo ufficiale dell’amministrazione), indetta dietro la votazione di una delibera stilata in gran segreto, che prevede addirittura un apposito capitolo di euro 10mila l’anno, (sufficiente forse per qualche volantino propagandistico, non per contrastare l’inquinamento ambientale), quella che è stata definita la nuova task force che fronteggerà l’emergenza ambientale.

A circa un mese dal consiglio comunale aperto dello scorso 16 giugno, che tra i protagonisti degli interventi aveva visto un acceso dibattito, seguito anche sui social ed a mezzo stampa, tra il sindaco Caligiore ed uno degli esponenti dell’associazione Tolerus, Giovanni Pizzuti, senza alcuna riunione con le associazioni, i partiti, i cittadini ed ogni altra realtà del territorio, il sindaco Caligiore e la sua maggioranza, hanno fatto propria questa decisione: collaborare con Tolerus.

Si tratta in realtà di una mossa politica del sindaco Caligiore e della sua maggioranza, che ha pensato bene, utilizzando i soldi del comune e dunque di tutti i ceccanesi, di poter “avviare un dialogo” con qualcuno che gli stava rompendo le scatole, creandogli difficoltà politica e perdita di consenso elettorale.

Dal 2015 ad oggi, infatti, Giovanni Pizzuti, una volta insieme ad altri esponenti del Movimento 5 Stelle di Ceccano, qualche altra in veste di rappresentante del Centro Studi Tolerus, è stato tra i protagonisti, con tanto di selfie nel Palazzo di Giustizia di Frosinone e dichiarazioni sui social network, dei seguenti fatti:

Denuncia per firme false nella campagna elettorale del 2015, esposti in Procura, di cui uno nei confronti dell’arch. Frank Ruggero per lavori relativi al ponte di via Maiura (chissà l’architetto come avrà accolto la notizia), petizioni tra i cittadini, manifestazioni nelle strade di Ceccano, interviste al tg satirico “Striscia la Notizia”, attacchi sui social ed in consiglio comunale diretti al sindaco Caligiore ed alla sua responsabilità amministrativa sull’inquinamento e sulle autorizzazioni da rilasciare alle aziende…

Ieri, tutto questo era un lontano ricordo. Un po’ come vedere insieme il Ministro Matteo Salvini e lo scrittore Roberto Saviano, ridere e scherzare insieme.

Non a caso, ieri, tutti insieme, conversavano, si commuovevano e si lasciavano fotografare allegramente, grazie ad una collaborazione sugellata da una delibera della giunta comunale con la quale si impartiscono indicazioni per la gestione dell’ufficio ambiente in merito all’emergenza ambientale, e si istituisce un fondo di 10mila euro l’anno, cifra risibile rispetto alla problematica posta in essere.

Sarebbe interessante, quantomeno, che il cittadino Pizzuti e lo staff di Tolerus, rendessero di dominio pubblico non tanto il loro curriculum, ma le competenze tecniche che vantano per fronteggiare una simile situazione, al limite del disastro ambientale.

Appare, però, fin da ora evidente che la collaborazione potrebbe essere solo l’inizio di nuovo corso politico comunale, innescando una serie di questioni che toccano anche altri aspetti, come la gestione del Bosco Monumentale di Faito, per il quale si attende, forse, l’arrivo di eventuali finanziamenti per progetti specifici.

Ipotesi tra le tante che al momento si possono solo azzardare, anche se fin dalla sua fondazione Tolerus si è sempre interessata della salvaguardia e tutela del Bosco di Faito.

Ma davvero tra i dipendenti comunali che fino ad ora hanno gestito le problematiche ambientali e che custodiscono tutti gli incartamenti e dunque i segreti, inerenti le aziende insistenti sul territorio, ci sarà la massima trasparenza con il Centro Studi Tolerus?

Tralasciando i buoni propositi dell’amministrazione (solo a parole), per esperienza personale ritengo che tale ipotesi si possa escludere fin da ora. E riporto i seguenti atti, che intercorsero tra lo scrivente e lo stesso Ente comunale:

Provo, infine, a fare un po’ di outing:
Io mi vergognavo di soffrire di ansia, di essere processato per un articolo di giornale e sedere in Tribunale, davanti ad un Giudice, nello stesso banco di un imputato che aveva commesso reati ben più gravi di una presunta diffamazione a mezzo stampa, come spacciare la droga, rapinare una banca o stuprare una donna.

Vedendo l’incredibile foto di ieri, trapelata a mezzo stampa, istintivamente ho pensato: Beati voi che non vi vergognate di vendere onestà, trasparenza e coerenza per mero arrivismo personale. Che non vi vergognate di speculare politicamente sui sentimenti e sul dolore di chi ha visto morire un proprio parente di cancro!

Bisognerebbe rispolverarlo l’uso della parola vergogna. Si, vergogna, perché non ci si vergogna più di nulla e bisognerebbe farlo un po’ più spesso, perché in fondo è anche la voce di una certa coscienza interiore!

E allora, diciamolo forte: VERGOGNA!