Operazione “Tomy”: non esisteva alcuna associazione a delinquere. Ridotte le pene ed assolti 4 imputati

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Con una sentenza che si è fatta attendere fin quasi alla mezzanotte di lunedì 14 aprile, dopo una lunga ed appassionante battaglia processuale, la sezione penale della Corte di Appello di Roma ha ribaltato il primo grado di giudizio pronunciato lo scorso 18 dicembre 2012 dal Tribunale di Frosinone, smentendo l’ipotesi accusatoria dell’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti che avrebbe operato nel territorio di Ceccano tra il 2009 e la fine del 2010. (vedi:https://antonionalli.wordpress.com/2012/12/19/condanne-severe-per-loperazione-antidroga-denominata-tomy-la-sentenza-conferma-che-a-ceccano-e-esistita-unassociazione-a-delinquere/ ).

Pene meno severe per molti degli imputati, dunque, in ragione di una diversa ricostruzione della vicenda che nel gennaio 2011 portò all’arresto di decine di persone tra Ceccano, Frosinone e Ferentino con l’accusa, da parte della Direzione Distrettuale Antimafia, di aver dato vita ad una vera e propria organizzazione criminale con lo scopo di commettere una serie di reati collegati al traffico degli stupefacenti – prevalentemente hashish.

La sentenza di riforma ha quindi modificato le condanne, disponendo l’assoluzione per quattro degli imputati e la riduzione delle pene per i singoli episodi di spaccio a carico degli altri – con sanzioni al di sotto dei due anni e sospensione della pena per alcuni di loro, fino ad arrivare ai 6 anni (dai 9 del primo grado) per la posizione più rilevante, relativa all’imputato cui venivano contestati il maggior numero di episodi e che, nella originaria prospettazione, veniva indicato come il vertice della struttura criminale. Per tutti, comunque, è arrivato il proscioglimento dall’accusa più grave del vincolo associativo.

Sull’esistenza o meno di una struttura associativa organizzata, che la pubblica accusa aveva indicato come stabilmente dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti, a lungo si era dibattuto anche nel corso della prima fase del giudizio. Al termine di una lunga battaglia processuale, la sentenza di primo grado del Tribunale di Frosinone aveva riconosciuto l’esistenza di una struttura organizzativa finalizzata al compimento di reati in materia di droga, benché rudimentale, “federata” con altre microstrutture operanti nel territorio ciociaro, ma aveva anche preso in considerazione la rilevanza di non particolare forza della sua pericolosità sociale contestualizzandola nel compimento di reati di lieve entità, e pronunciando così una sentenza con pene più lievi rispetto alle pesantissime richieste di condanna avanzate dal Pubblico Ministero, che andavano da un minimo di 7 fino ad un massimo di 17 anni e mezzo di reclusione. Richieste che, peraltro, la pubblica accusa aveva ribadito davanti alla Corte d’Appello di Roma, impugnando a sua volta la sentenza del Tribunale di Frosinone perché, a suo dire, troppo lieve nella considerazione della pericolosità dell’associazione e nella conseguente determinazione delle pene.

Al termine di un’ulteriore ed estenuante discussione e della Camera di Consiglio che le ha fatto seguito, terminata a tarda notte, la seconda sezione della Corte d’Appello di Roma ha accolto le richieste dei difensori degli imputati. Un collegio difensivo di particolare rilievo, composto dagli avvocati Giosué Naso, Filippo Misserville, Pietro Vicentini, Enrico Pavia ed Enrico Pomanti, ha sostenuto con puntiglio le argomentazioni giuridiche in merito all’inesistenza della struttura associativa ed alla carenza di elementi a sostegno dell’ipotesi accusatoria, sottolineando le differenze tra il concorso nel reato tra più persone e la gravissima figura dell’associazione a delinquere, che richiede strutture, mezzi, direttive e canali di approvvigionamento di cui non vi era riscontro nella vicenda che vedeva coinvolti i giovani ceccanesi, trovando infine accoglimento da parte della Corte d’Appello.

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