D. Lgs 152/2006 e D. Lgs 205/2010 a confronto sulla miscelazione dei rifiuti

Con il D. Lgs. 3 dicembre 2010, n. 205, è stata recepita la direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 relativa ai rifiuti.
Ripercorrendo il testo della direttiva, è definito un quadro giuridico per il trattamento dei rifiuti all’interno della Comunità che mira a proteggere l’ambiente e la salute umana attraverso la prevenzione degli effetti nefasti della produzione e della gestione dei rifiuti.
Per tale via, al fine di proteggere maggiormente l’ambiente, gli Stati membri sono chiamati ad adottare delle misure per il trattamento dei loro rifiuti conformemente alla seguente gerarchia: prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia, smaltimento.
Con riferimento alla gestione dei rifiuti, la direttiva precisa che ogni produttore o altro detentore di rifiuti deve provvedere personalmente al loro trattamento oppure consegnarli ad un commerciante o ad un ente o a un’impresa. Gli Stati membri possono collaborare, se necessario, per creare una rete di impianti di smaltimento dei rifiuti. Tale rete deve permettere l’indipendenza dell’Unione europea in materia di trattamento dei rifiuti.
Il decreto di recepimento, D. lgs. 205/2010 ha apportato sostanziali modifiche alla parte quarta del D. Lgs. 152/2006, anche al fine di prevedere il necessario coordinamento con il sistema di tracciabilità dei rifiuti (SISTRI).

 

 

Cesare Parodi, della Procura della Repubblica di Torino, in questo articolo (scaricabile al seguente link: http://vetrina.ilsole24ore.com/ambientesicurezza/archivio/2011/04/03%20AMBIENTE.pdf), spiega alcune delle differenze e novità introdotte.

 

DOMANDA:

In quali termini il D.Lgs. n. 205/2010, ha modificato le disposizioni in tema di divieto di miscelazione di rifiuti e le sanzioni previste per queste condotte? Il divieto generale di miscelazione può in concreto essere ancora ritenuto tale?

 

Molte, e di grande rilievo, risultano le novità introdotte alla Parte IV, D.Lgs. n. 152/2006 dal D.Lgs. n. 205/2010, in vigore dal 25 dicembre 2010. Particolare attenzione è da porre alla rilevanza indiretta, con riguardo alle fattispecie penali previste dal sistema, delle modifiche apportare dal D.Lgs. n. 205/2010, in quanto anche fattispecie che non sono state minimamente toccate della riforma hanno assunto, alla luce delle nuove disposizioni, un significato completamente differente.

Il D.Lgs. n. 205/2010, non è intervenuto sul testo delle due fattispecie che regolamentano, l’una integrando l’altra, il settore, nello specifico l’art. 256, comma 5, D.Lgs. n. 152/2006 «Chiunque, in violazione del divieto di cui all’articolo 187, effettua attività non consentite di miscelazione di rifiuti, è punito con la pena di cui al comma 1, lettera b)» e l’art. 255, comma 3, D.Lgs. n. 152/2006 (che prevede la pena dell’arresto sino a un anno per chiunque non adempie all’obbligo di cui all’articolo 187, comma 3).

È chiaro che il precetto sanzionato, in entrambi i casi, deve essere ricostruito sulla base dell’art. 187, D.Lgs. n. 152/2006. Un testo che al comma 1, nella pregressa versione, recitava «È vietato miscelare categorie diverse di rifiuti pericolosi di cui all’Allegato G alla parte quarta del presente decreto ovvero rifiuti pericolosi con rifiuti non pericolosi». Attualmente, al contrario, è stato previsto il divieto di «miscelare rifiuti pericolosi aventi differenti caratteristiche di pericolosità ovvero rifiuti pericolosi con rifiuti non pericolosi. La miscelazione comprende la diluizione di sostanze pericolose».

Nonostante la derivazione comunitaria del D.Lgs. n. 152/2006, e l’elevato numero di definizioni contenute in questo decreto, anche il D.Lgs. n. 205/2010, non ha ritenuto di inserire la definizione del concetto di miscelazione di rifiuti, limitandosi a precisare che nella medesima deve essere ricompresa la «diluizione di sostanze pericolose».

Si tratta di una precisazione di non poco conto, in quanto lascia aperta una prospettiva di analisi che potrebbe risultare fortemente innovativa.

Se la diluizione si può ottenere non solo miscelando due rifiuti allo stato liquido (concetto che parrebbe già riconducibile alla prima parte della definizione) quanto aggiungendo semplicemente acqua a sostanze pericolose, si verrebbe a delineare, più che una precisazione, una vera e propria estensione del concetto di miscelazione, atteso che la precedente versione della norma portava a individuare quest’ultima nell’unione di due sostanze che già autonomamente considerato avrebbero dovuto essere qualificate come rifiuto, e non con la semplice commistione di acque a rifiuti.

Non più, quindi, miscelazione solo a fronte di immissione di rifiuti oleosi, ad esempio, con altri rifiuti liquidi (anche non pericolosi), o quando gli stessi abbiano “contaminato” rifiuti solidi a loro volta non pericolosi, ma anche a fronte della semplice dispersione di sostanze liquide “pericolose” in acqua.

Non è chiaro, tuttavia, come debba essere “percentualmente” valutata la diluizione.

Il dato quantitativo viene indicato in termini generali e, per quanto risulta, non è dato trarre su base normativa o giurisprudenziale indicazioni a proposito; resta, quindi, in generale il dubbio sulla quantità minima in valore assoluto o percentuale di rifiuto pericoloso che deve essere riscontrata per potersi ravvisare un’operazione di miscelazione tramite diluizione.

A prescindere dal fenomeno “diluizione”, il divieto generale è stato mantenuto tout court

per quanto attiene la possibilità di miscelare rifiuti pericolosi con rifiuti non pericolosi,

mentre è stato modificato in ordine ai criteri di valutazione “interni” alla macrocategoria,

«rifiuti pericolosi»; si è passati da un divieto di miscelare «categorie diverse di rifiuti pericolosi

di cui all’Allegato G alla parte quarta del (omissis) decreto» al divieto di«miscelare rifiuti pericolosi aventi differenti caratteristiche di pericolosità».

La verifica sul significato di questa modifica impone di sottolineare le indicazioni fornite dalla Suprema Corte sui criteri da utilizzare per individuare le attività di miscelazione [1]. Nell’ambito del regolamento CE n. 1013/ 2006, a proposito della spedizione di rifiuti, nell’art. 2, comma 3, viene menzionata la «miscela di rifiuti» e si stabilisce che detta miscela consiste «nei rifiuti che risultano dalla mescolanza intenzionale o involontaria di due o più tipi di rifiuti diversi quando per tale miscela non esiste una voce specifica negli Allegati II,IIIB, IV e IV A». In particolare «tale definizione può in via analogica essere applicata anche alla normativa generale sui rifiuti e quindi la miscelazione potrebbe essere definita come l’operazione consistente nella mescolanza, volontaria o involontaria, di due o più tipi di rifiuti aventi codici identificativi diversi in modo da dare origine ad una miscela per la quale invece non esiste uno specifico codice identificativo».

In base all’indicazione del testo precedente dell’art. 187, D.Lgs. n. 152/2006, e delle indicazioni della Suprema Corte, il divieto di miscelazione non veniva collegato a potenziali rischi derivanti da questa attività o comunque dall’esito della miscelazione stessa, quanto dalla violazione di un dato strettamente o almeno prevalentemente formale.

Un’indicazione diretta a prevenire un “rischio” connaturato a qualsiasi operazione di miscelazione,

indipendentemente dall’effettiva composizione chimica delle sostanze.

In merito ai criteri con i quali il legislatore aveva individuato i rifiuti pericolosi, pur muovendosi per molti aspetti nella medesima prospettiva, pare al contrario suggerire delle aperture “sostanzialistiche” al riguardo. È vero, indubbiamente, che le “caratteristiche di pericolosità” contribuiscono alla classificazione del rifiuto come pericoloso,ma è altrettanto vero che questa

formula deve essere interpretata alla luce delle deroghe delineate dall’art. 187, comma 2.

È proprio dalla lettura delle deroghe che con maggiore chiarezza emerge il differente inquadramento che parrebbe avere orientato le indicazioni del legislatore.

Originariamente l’art. 187, comma 2, consentiva la miscelazione di rifiuti pericolosi tra loro o

con altri rifiuti, sostanze o materiali, solo sulla base di tre condizioni cumulative:

 

–       previa autorizzazione ai sensi degli articoli 208, 209, 210 e 211;

–       a fronte dell’osservanza delle condizioni di cui all’articolo 178, comma 2;

–       al fine di rendere più sicuro il recupero e lo smaltimento dei rifiuti.

 

 

Le deroghe dovevano essere, sul piano formale, previamente autorizzate, mentre su quello sostanziale, erano limitate a esigenze di “sicurezza” del trattamento del rifiuto. Valutazioni di sicurezza non individuabili soggettivamente dal miscelatore, ma indicate “oggettivamente”. Una rapida disamina del nuovo testo impone di rilevare proprio l’assenza della finalità “necessitata”, legata alla possibilità di consentire, in termini di maggiore sicurezza, il recupero o lo smaltimento dei rifiuti. Se, in effetti, le altre condizioni previste sono state “corrette”, ma ribadite (ad esempio, è venuta meno la possibilità di autorizzare, ex art. 210, D.Lgs. n. 152/2006, in “ipotesi particolari”), di questa specifica finalità non si fa più menzione.

Attentamente il nuovo regime delle deroghe, è chiaro che il legislatore ha delineato unamodalità operativa generale, per quanto vincolata.

Qualsiasi miscelazione sarà possibile, a condizione che venga effettuata da un soggetto specificamente autorizzato, che avvenga nel rispetto delle condizioni di cui all’art. 177, comma 4, D.Lgs. n. 152/2006 [2], e che «l’impatto negativo della gestione dei rifiuti sulla salute umana e sull’ambiente non risulti accresciuto».

Nondimeno l’elemento di valutazione che consente di ritenere come dato di fatto il “ribaltamento” di prospettiva concretizzatosi con la nuova versione dell’art 187 è quello previsto dal comma 2, lettera c); l’operazione di miscelazione deve essere «conforme alle migliori tecniche disponibili di cui all’articolo 183, comma 1, lettera nn)».

Il richiamo alle «migliori tecniche disponibili» significa che la miscelazione (anche) di rifiuti pericolosi diviene un fatto “ordinario”, seppure eseguibile solo con determinate e specifiche cautele.

Un’attività “eccezionale”, globalmente estranea al sistema originariamente delineato dal D.Lgs. n. 152/2006, diviene così una delle molte attività di “gestione” dei rifiuti che possono essere autorizzate e regolarmente effettuate.

Data questa premessa, è relativamente semplice considerare la ricaduta in termini penalistici del quadro così ricostruito. La sanzione, stabilita dall’art. 256, comma 5, D.Lgs. n. 152/2006, per la violazione del divieto di cui all’art. 187, diviene sostanzialmente una “species” del “genus” sanzionato dal medesimo art. 256, comma 1, D.Lgs. n. 152/2006; si tratta di una specifica attività di gestione dei rifiuti che deve essere previamente autorizzata.

L’unica differenza risulta in concreto ravvisabile nel fatto che l’autorizzazione può non essere sufficiente a rendere la miscelazione penalmente non rilevante laddove non vengano rispettate le altre condizioni, sopra esaminate, che completano il regime delle “apparenti” deroghe. L’applicazione, in concreto, della fattispecie, formalmente “vecchia”, ma sostanzialmente “nuova”, potrebbe, comunque, evidenziare elementi di criticità, nella misura in cui l’attività “autorizzata”, che dovrebbe svolgersi in sintonia con le «migliori tecniche disponibili», non risulti sufficientemente specificata e delineata nello stesso provvedimento di autorizzazione. l

 

Note:

1) Si veda la sentenza della Corte di Cassazione, sez. III, n. 19333, dell’8 maggio 2009. Nel caso di specie l’imputato, autorizzato alla raccolta, messa in sicurezza e demolizione di veicoli fuori uso e loro parti, in base alla contestazione avrebbe raccolto e miscelato anche rifiuti di diverso genere; secondo il ricorrente condannato per avere effettuato attività non consentita di miscelazione dei rifiuti i giudici del merito avrebbero confuso la nozione di miscelazione di rifiuti di vario genere con la semplice presenza di rifiuti diversi sulla medesima area e avrebbero erroneamente desunto la miscelazione dalla presenza sul terreno di tracce di olio e di altri liquidi e dalla carenza di strutture idonee a convogliare le acque meteoriche.

 

 

2) In base alla nuova versione di quest’ultima norma, i rifiuti sono gestiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e, in particolare:

a) senza determinare rischi per l’acqua, l’aria, il suolo, nonché per la fauna e la flora;

b) senza causare inconvenienti da rumori o odori;

c) senza danneggiare il paesaggio e i siti di particolare interesse, tutelati in base alla normativa vigente.

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